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Hong Kong – dec 2014

C’è chi viaggia per affari, c’è chi viaggia per svago, c’è chi viaggia per fuggire e c’è chi viaggia per amore.
O c’è chi, come me, viaggia anche per qualcosa che non sapeva di dover cercare.
Per iniziare al peggio un viaggio la ricetta è semplice: Trenitalia.
Basta stare bloccati per tre ore in un treno e perdere l’aereo. Niente di più semplice. Ma quando vuoi una cosa non c’è un mezzo che ti può fermare: si raschia il fondo (del conto corrente) e, svoltato l’angolo, si prende il primo mezzo diretto nella stessa direzione. Think less do more. Se inoltre il mezzo sostitutivo parte da lì a 15 minuti, meglio proprio non pensare e correre.
“Ho deciso che parto oggi e partirò oggi”.
16 ore, 10634 km più 24 minuti di metro e mi ritrovo in centro.
Nel centro quasi del lato opposto del mondo. Mi trovo ad alzare gli occhi al cielo e sentirmi piccolo. Nel mezzo di una grande città con milioni di abitanti, migliaia di turisti, centinaia di business man…o mio Dio che caos! No aspetta, ma dov’è il caos, dov’è la baraonda che dovrebbe travolgermi? Forse la prima parola che riesco ad associare a questa città è ordine. Sembra un po’ assurdo ma anche girovagando tra i mercati, i negozi e le bancarelle, dove puoi trovare accatastato ogni che, non mi sono mai sentito inghiottito dalle folle o travolto dalle masse: milioni di persone che scorrono ordinatamente su diversi livelli. Sembra quasi la Smeraldina descritta da Calvino “quel reticolo di strade che si sovrappongono e si intersecano”. Mi ritrovo come una piccola formica curiosa che sale e scende tra strade, passerelle, centri commerciali, banche, mercati, bar, fruttivendoli, con gli occhi un po’ rapiti dalle luci delle strade ed un po’ persi a scrutare dove finisce la città ed inizia il cielo. Su e giù, giù e su…
Mi risulta inoltre chiaro come non riesca a vedere grasso in eccesso che scorre per le strade: qui la dieta non serve.

 

 

Una nuova realtà, lontana dalla mia consuetudine: colori, suoni, gusti. Eh si “gusti”… qui si rinnova il palato. Avete imparato qualcosa dal cinese sotto casa? Ok, ora potete dimenticarlo. E sfatiamo pure un mito: nel riso alla cantonese non esiste il prosciutto! Ho riscoperto la mia definizione di zuppa. Ho ritrovato verdure dall’aspetto conosciuto, ma nuove alle mie papille gustative…oddio non tutto fantastico, son pur sempre un italiano, ma qui è vietato rifiutare. Ho imparato ad apprezzare le bevande calde durante i pasti e il Congee del mattino (pure quello con l’uovo marcio). Mi sono stupito nel vedere uomini in giacca e cravatta pranzare con lo spazzino e lo scolaro sedere al fianco della vecchia signora.
Tutti allo stesso tavolo, come una famiglia, che nemmeno si conosce. Ho tanto carpito l’uso di quei particolari bastoncini in legno che sull’aereo del ritorno li ho cercati per due interi minuti nel mio vassoio della cena, fino a realizzare che non c’erano. Ero tornato alla realtà della “forchetta e coltello” (No, davvero,…e poi immaginate un cretino che se la ride da solo in aereo. Bene! Avete inquadrato la scena).
Probabilmente però la cosa più grande che mi porterò nella bisaccia della esperienze non è visibile, non è udibile e nemmeno gustabile. Accoglienza, ospitalità, disponibilità. Non sono cose nuove, certo. Io stesso cerco che facciano parte del mio stile di vita.
Ma quando sei lontano dalla tua “safe zone”, cioè quella parte del tuo mondo in cui sai che, bene o male, qualsiasi cosa accada, può sempre arrivare un angelo custode dal volto conosciuto per aiutare, sistemare o consolare…. Ecco, quando sei a 20 ore dal tuo angelo custode più vicino e vieni accolto, servito e coccolato da una famiglia che parla una lingua che non usa nemmeno il tuo stesso alfabeto: allora si che ogni minimo gesto diventa un dono di cui essere grati.
Ma perché Hong Kong? …oh si giusto!..beh per Amore. Quello con la A maiuscola: quello che si incontra una volta sola e che nemmeno a 10000 km di distanza si affievolisce o cerca vie di fuga. E, per coloro che non credono all’Amore, vi dico che quando incontri due persone che macinano quasi 100mila km all’anno per cercarsi e rincorrersi, potete chiamarlo come volete, ma a quel punto diventa un problema di lessico e non di sostanza. Anche al capo opposto della terra ci si sposa.
Senza anelli, chiese e riso donato ai marciapiedi, ma con thé, bracciali e maialini caramellati. E poi la festa è sempre festa.
La gioia dello stare insieme e del condividere la felicità di una nuova coppia: con la famiglia che ci dona la sorte e con la famiglia che verrà creata crescendo.
Immerso in una città che non conosce riposo, affascinato da una cultura che esalta il significato di ogni semplice gesto ed accolto da una nuova famiglia che, a conti fatti, possiede esperienze di vita maturate a cavallo tra tre continenti (invidia,) ho trovato un nuovo perché del mio viaggio: io! Boh, forse quel Buddha di 32 metri ha influenzato la mia spiritualità ma, quando perdi le tue sicurezze, inizi a conoscerti realmente.

 

 

Gratitudine infinita per ogni istante dedicatomi da Enda ed Anna e la loro famiglia, ma anche a Chow Yun Fat aka Vittorio che ha scoperto insieme a me questa nuova città. W gli sposi.

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